GABRIELE SIMONGINI RACCONTA IL PADRE FRANCO: CRITICO D’ARTE, POETA, REGISTA

Su gentile concessione dell’autore e di Maretti Editore, pubblichiamo in esclusiva un saggio contenuto nel libro “Franco Simongini. L’atto poetico di documentare l’arte” (2019): una raccolta di scritti, immagini, memorie, dedicati al grande regista di documentari d’arte, che fu anche poeta, critico e scrittore. Curato da Gabriele e Raffaele Simongini, il volume è stato realizzato col sostegno dell’Accademia di Belle Arti di Roma.

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« Uno sguardo pluralista, aperto, curioso, non da critico ma da poeta e compagno di strada degli artisti, attento anche a cercare le radici di una tradizione italiana capace di rinnovarsi nel tempo senza perdere la propria identità. Così Franco Simongini, nel suo percorso di regista, scrittore, poeta, critico d’arte, unitario come un diamante dalle molte facce, avrebbe potuto ben condividere, mutatis mutandis, l’aspirazione dichiarata da Giuseppe Ungaretti: “… era il canto della lingua italiana che cercavo nella sua costanza attraverso i secoli […]; era il battito del mio cuore che volevo sentire in armonia con il battito del cuore dei miei maggiori di una terra disperatamente amata” (1).
Anche per Simongini tradizione significava dire attraverso il tempo, trasmettere la vitalità di certe esperienze passate ma ricondotte alla luce ancora una volta nuove e diverse. Non a caso, anche se i suoi documentari più noti sono quelli dedicati ai maggiori artisti italiani del ‘900, una messa a fuoco dell’eccellenza artistica italiana, in senso ampio, lungo i secoli è realizzata nel programma “A tu per tu con l’opera d’arte”, degli anni settanta, in cui Cesare Brandi ha scelto e commentato alcuni capolavori della nostra arte in un percorso plurisecolare, dal Guerriero di Capestrano ai templi di Paestum, dalla Cappella Palatina al Tondo Doni di Michelangelo, dalla Porta della Morte di Manzù ai sacchi di Burri, senza dimenticare la seconda serie del programma dedicata alle regioni italiane attraverso tre opere somme che rappresentano ciascuna di esse e individuate sempre da Brandi. In modi più rapsodici un’impresa del genere è stata poi intrapresa a cavallo fra fine anni ottanta e inizio novanta con Federico Zeri, sempre in “A tu per tu con l’opera d’arte”, con incursioni in cittadine d’arte come Amelia e Todi, con avvincenti letture di artisti quali Rosso Fiorentino, Beccafumi, Guido Reni, Sassoferrato, De Nittis e via discorrendo.

Franco Simongini. L'atto poetico di documentare l'arte, 2019, Maretti editore

Franco Simongini. L’atto poetico di documentare l’arte, 2019, Maretti editoreIn sostanza, Simongini ha compreso precocemente che la capillarità dei nostri beni artistici nell’osmosi fra cultura e natura, al di là delle banali divisioni fra arte maggiori e minori, è la vera peculiarità della nostra storia, senza fratture con quello che poi faranno i nostri artisti nel XX secolo. Insomma, i filmati dedicati ai protagonisti dell’arte italiana del ‘900 vanno visti come l’estremo approdo di una felice e plurisecolare vicenda creativa che affonda le radici in un passato concepito come parte integrante e viva del presente. In questo senso si capisce meglio l’assoluta indifferenza verso le mode che connota l’attività di Simongini, oltre alla capacità, pagata spesso con l’isolamento, di non farsi irretire dalle gabbie ideologiche con le loro prevaricazioni e i loro pericolosi settarismi. Spesso controcorrente, Simongini tributa il giusto omaggio, con prove filmiche ormai passate alla storia, a Giorgio de Chirico, nei primi anni settanta, in contrapposizione alla nomea di pittore reazionario e di folcloristico “vecchio arnese” che gli riservava allora la sua patria. E i documentari di Simongini hanno prodotto anche una reazione a catena che ha fatto riscoprire la pittura e la figura di de Chirico attraverso il filtro dell’immagine televisiva ad un pittore “mediatico” come Mario Schifano.
La ricerca poetica di Simongini, in senso ampio ed inverata proprio nelle immagini filmiche, affonda al centro del magma che unisce uomo ed artista, nel senso più autentico possibile, come se il documentario proponesse una confessione totale attraverso il gesto creativo, le parole, le espressioni del viso e del corpo, l’ambiente dello studio. Nonostante l’artificio connaturato alla ripresa filmica, il cuore di questi documentari resta l’autenticità esistenziale ed artistica, in una osmosi indissolubile. Ad esempio, il profondo legame umano ed artistico di Alberto Burri con l’Umbria e con Città di Castello in particolare è ben leggibile nelle immagini con cui si apre il documentario “L’avventura della ricerca” (1986), in cui emerge la forza di un percorso coraggioso e solitario, la cui lettura formale è affidata alle parole impareggiabili di Brandi. Gli scorci e le panoramiche dedicate a Città di Castello e alle colline e campagne circostanti danno evidenza visiva ad una sorta di genius loci che sembra poi tramutarsi naturalmente, mutatis mutandis, nella sostanza materica delle opere di Burri. Così questo rapporto simbiotico fra ambiente natio, vicenda umana e percorso artistico viene costantemente cercato, sentito e visualizzato da Simongini sia nei documentari che nelle sue prove narrative, poetiche e giornalistiche.

Franco Simongini con Giorgio de Chirico, davanti al "Sole sul cavalletto"
Franco Simongini con Giorgio de Chirico, davanti al “Sole sul cavalletto”

Il paesaggio sembra essere l’humus che dà linfa alla ricerca degli artisti in una profonda continuità anche visiva che diventa formale nelle opere, ovviamente non in senso banalmente mimetico. “Nelle pianeggianti piccole distese di terreno – ha scritto Simongini in un articolo dedicato a Burri – che s’aprono a ventaglio, a quadrato, a triangolo, fin sui primi crinali delle misurate colline umbre, nell’alta valle del Tevere, da Umbertide a San Sepolcro, tutto quell’ondulato mareggiare di piante dalle foglie larghe sembra salire a Città di Castello come un’onda di varie sfumature. A Città di Castello […] si respira odor di biondo e bruno tabacco, ci sono gli essiccatoi grandi e vasti come studi cinematografici, e aspirare quel morbido profondo vapor di tabacco in essiccamento che si spande quasi dalla terra è dolce e quieto, sa di riposo e di confortevoli dimore abitate da tranquilla gente” (2).
Simongini, con la sua vocazione a restare defilato, ben evidente anche nei suoi documentari, nel romanzo “La torre dell’orologio” (Rizzoli Editore, 1979) offre in modi colloquiali, senza alcuna saccente presupponenza, la sua coinvolgente interpretazione critica, affidandola ad un personaggio fondamentale del racconto: “[…] Burri è umbro, c’è in lui, nella sua opera, quell’ombra misteriosa della semplicità francescana, l’arte povera, i colori del’Umbria veri espressi nel modo più semplice e immediato, come se un monaco dell’Anno Mille in cima ad una montagna, da solo,  vuole esprimere il suo animo, i suoi sentimenti, e non ha colori, pennelli, tele, non ha pratica di pittura, ma soltanto la sua tonaca di sacco e rami d’albero. E che fa allora il buon fraticello medioevale? Prende la sua tonaca, la straccia, la ricompone, e la ricuce su di un telaio fatto di quercioli, marrone su marrone, variazioni di marrone con impunture di spago chiaro, magari spago vegetale, fili di paglia, ecco l’anima del frate messa a nudo, questa è la sua preghiera, il sacco, l’umile sacco disteso in variazioni di colore, una semplicità fatta tela rozza, in un ordine, in una invenzione, in un arredamento straordinario della propria tonaca. Questo è Burri, un monaco di oggi che si esprime come un monaco di mille anni fa, ieri come oggi come domani, l’arte allo stato brado, all’essenza, della sua purissima umiltà, l’esaltazione del silenzio e della solitudine”.
Ad un altro personaggio del romanzo l’autore affida invece, con il suo consueto pluralismo, un’altra interpretazione opposta alla prima, lasciando libertà di scelta al lettore: “Burri non è la gioia, la semplicità, l’umiltà francescana, Burri è angoscia, terrore, incubo della fine del mondo, malattia che ci stritola e ci soffoca, nevrosi collettiva, preannuncia un mondo destinato alla pazzia, alla disgregazione, al suicidio, al nulla, questo il suo valore, questo il suo grande messaggio…” (3).

Franco Simongini con Renato Guttuso
Franco Simongini con Renato Guttuso

La carica innovativa e “popolare”, nel senso migliore del termine, dei documentari di Simongini è stata capita meglio e prima della critica da alcuni artisti profondamente interessati al rapporto fra arte e media: basta pensare, come si è accennato, a Mario Schifano, che nell’ambito dei celebri “Paesaggi Tv” amava fotografare come base per alcune sue opere le immagini dei documentari di Simongini dedicati a de Chirico; oppure, più recentemente, ad un artista come Francesco Vezzoli, che ha riservato un’attenzione specifica ai documentari di Simongini – in particolare “Come nasce un’opera d’arte – Giorgio de Chirico, Il sole sul cavalletto” (1975), “Come nasce un’opera d’arte – Renato Guttuso Natura morta” (1975)”e “Alberto Burri. L’avventura della ricerca” (1986) – nell’ambito della mostra “TV70: Francesco Vezzoli guarda la Rai”, promossa e ospitata a Milano dalla Fondazione Prada dal 9 maggio al 24 settembre 2017. In particolare il progetto di Vezzoli ha messo acutamente in rilievo un fatto importante: in queste trasmissioni gli artisti si sono confrontati con le potenzialità del mezzo televisivo che li ha resi, per la prima volta in Italia, visibili al grande pubblico, trasformando il processo creativo all’origine delle loro opere in una narrazione “popolare” rivolta all’insieme eterogeneo dei telespettatori. E le parole che lo stesso Vezzoli dedica nel libro, che accompagna la mostra alla Rai degli anni ’70, sono quanto mai valide anche per il lavoro documentaristico di Simongini: “A uno sguardo contemporaneo, la produzione televisiva italiana degli anni ’70 rivela chiaramente il suo carattere anarchico e rivoluzionario. Come se la politica italiana, che evidentemente aveva sottovalutato la potenza dello strumento Tv, le avesse lasciato grande libertà di espressione. […] La televisione degli anni ’70 produceva riti e, di conseguenza, miti assoluti e duraturi che ancora oggi, riproposti in questa mostra, possono ispirare scelte non convenzionali” (4).
L’apertura e il pluralismo di vedute di Simongini, che non ammetteva esclusioni preconcette in base a rigidi schemi ideologici o di correnti artistiche, sono stati ampiamente recepiti da Vezzoli nella mostra alla Fondazione Prada, soprattutto in relazione a Burri e Guttuso: agli occhi della critica ufficiale e del sistema dell’arte, ha scritto Vezzoli, “Burri rappresenta i livelli più alti di ricerca intellettuale, e Guttuso è bloccato in una specie di vocabolario polveroso. Ma il mio obiettivo, in tutta la mostra, è cercare una conciliazione. Vivo ancora in un paese che reagisce con veemenza alla polarizzazione” (5). In occasione della mostra anche Marco Senaldi, nel suo saggio in catalogo, ha messo ben in rilievo la “rivoluzione” dei documentari di Simongini: “Nel caso per esempio di “Come nasce un’opera d’arte” (1975-76) accadeva effettivamente qualcosa di inedito: le interviste realizzate da Franco Simongini a Giorgio de Chirico, a Renato Guttuso, a Agenore Fabbri, compiute nello studio stesso dell’artista, cogliendolo nel vivo del lavoro, lasciavano scorrere il flusso dei suoi pensieri in presa diretta, accanto al delinearsi dell’opera che intanto si concretizza davanti ai nostri occhi sulla tela. L’opera d’arte, osservata e ripresa nel suo farsi, veniva proposta non più come un oggetto da contemplare, bensì come un avvenimento da seguire, inscindibilmente legato alla dinamica temporale e alla psicologia del suo autore. Per la prima volta, l’opera veniva esaminata e proposta come un evento in divenire, anziché come il risultato di un magistero artistico, capovolgendo così il modo di guardarla: non dalla fine, come punto d’arrivo, ma dall’inizio, come attualizzazione di una tra infinite possibilità” (6)».

Gabriele Simongini

 

  1. Ungaretti, Tre riflessioni, “Il Tevere”, 11-12 aprile 1929
  2. Simongini, “Nell’ “hangar” di Burri”, “Il Tempo”, 8 novembre 1979
  3. Simongini, “La torre dell’orologio”, Rizzoli Editore, Milano, 1979, pp.55-56
  4. Vezzoli, “Televisioni, rituali e miti”, in AA.VV., “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai”, catalogo mostra, Fondazione Prada, Milano, 9 maggio-24 settembre 2017, p.457
  5. Vezzoli e K.Biesenbach, “Lo spazio della riconciliazione”, in AA.VV., “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai”, cit., p.474
  6. Senaldi, “Televisione & Arte”, in AA.VV., “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai”, cit., p.548.

 

 

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